Thursday 18th July 2019,
Pinguinoeconomico

USA – IL MERCATO OBBLIGAZIONARIO BAROMETRO DELL’ECONOMIA

Le forti oscillazioni degli ultimi sette mesi del mercato azionario, che hanno riportato le quotazioni ad un nuovo record storico, hanno lasciato il segno soprattutto sul mercato obbligazionario.

Quest’ultimo, al contrario, ha realizzato un corposo rally, che non si è affievolito neanche in seguito al forte recupero di Wall Street da inizio anno.

I rendimenti obbligazionari sono sensibilmente calati dallo scorso autunno, rispecchiando un cambiamento di aspettative da parte degli investitori sulla crescita economica e le aspettative di inflazione.

La diversa visione ha spostato gli investimenti in direzioni di porti più sicuri, quali il mercato obbligazionario, influenzato sicuramente anche dalle decisioni di politica monetaria della Banca Centrale.

Ciò malgrado, è interessante analizzare l’andamento del mercato obbligazionario mondiale ed in particolare statunitense, a partire dallo scorso autunno.

L’8 di novembre il rendimento del Tbond chiudeva al 3,24%, il livello più elevato in anni per la scadenza decennale.

Per contro, il 30 aprile il rendimento è sceso al 2,51%, con un ribasso di 73 punti base e dopo aver toccato un minimo di periodo al 2,34% il 28 marzo.

Nello stesso arco temporale, anche le aspettative di inflazione si sono  sensibilmente ridotte, passando dal 2,10% dell’8 settembre al 1,66% del 31 dicembre, un declino di 44 punti base, mentre i rendimenti reali (nominali al netto delle aspettative di inflazione) sono calati solo di undici dall’1,14% all’1,03%.

Forse significa che gli investitori hanno una diversa percezione della realtà economica. Anche per questo motivo, mentre il mercato azionario ha recuperato tutta la discesa autunnale, quello obbligazionario mantiene invece inalterato il suo apprezzamento  e i rendimenti  restano sui minimi di periodo.

In aggiunta, anche il prezzo del petrolio è sceso dai 67 dollari al barile di fine ottobre fino ai 46 di fine anno, per risalire di nuovo ad inizio di questa settimana a $66.

Lo S&P500 è scivolato dal record storico del 20 settembre a quota 2.931 punti ai 2.351 del 24 dicembre, risalendo ora al nuovo record di 2.954.

Non solo i bond, ma anche il dollaro si è rivelato un bene rifugio nello stesso periodo. Rispetto all’euro, la divisa americana è risalita da 1,18 a 1,12 in virtù anche delle difficoltà evidenziate dalle economie europee, che sembrano avviate ad una fase di crescita stagnante o addirittura in recessione.

In questo complesso contesto, con aspettative di inflazione non elevate ma ancora sostenute, sorprende che la Fed sia tornata verso misure monetarie più espansive che restrittive, per quanto sotto pressione da parte del Presidente Trump per ritornare ad una politica monetaria più accomodante.

D’altro canto, il crollo inaspettato dei mercati azionari tra novembre e dicembre ha dimostrato che il rialzo dei tassi di interesse è indigesto per Wall Street più di qualsiasi altra aspettativa macro economica per quanto negativa, quali quelle della futura crescita, che vengono continuamente riviste al ribasso e che impattano anche sulle decisioni delle Banche Centrali mondiali.

Gli Stati Uniti ed in particolare tutti i loro assets finanziari stanno beneficiando anche delle migliori prospettive rispetto al resto del mondo. Negli Usa si parla, infatti, al momento solo di rallentamento e non di recessione come in molti Paesi europei.

Questo giustifica l’avanzata anche dei mercati obbligazionari, che rimarranno ben intonati con aspettative di rallentamento economico ma non tali da danneggiare la tenuta di quelli azionari, molto più influenzati al contrario dalle decisioni delle Banche Centrali e della Fed in particolare.

Il mercato obbligazionario rimane tuttavia uno specchietto interessante e fondamentale per verificare sia le aspettative degli investitori che quelle della futura crescita economica mondiale.

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