Thursday 23rd September 2021,
Pinguinoeconomico

USA ED EUROPA – CHI VINCERA’ LA BATTAGLIA DELLA DEBOLE RIPRESA

Nei mesi, settimane e giorni scorsi si sono alternati numeri mirabolanti sulla ripresa economica mondiale successiva alla pandemia.

L’apripista è stata la Cina, che ha segnato un incremento record nel primo trimestre, superiore al diciotto per cento rispetto ai primi tre mesi dell’anno precedente.

Sicuramente meno brillanti sono le aspettative per il mondo occidentale, europeo ed oltre atlantico, a causa dei prolungati lockdown ancora molto estesi anche in tutto il primo trimestre.

Dall’inizio di aprile, anche in vista dell’estate, si inizia a parlare finalmente di riaperture e si stima una forte crescita economica sia negli Stati Uniti che in Europa.

 

LA REALTA’ NON E’ COSI’ BRILLANTE

In Europa le riaperture sono a macchia di leopardo e dipendono sia dalle decisioni politiche che da quella delle rispettive campagne di vaccinazione nei vari Paesi.

Le previsioni sembrano di conseguenza ultra ottimistiche, considerando che molte attività non riapriranno definitivamente e che i copiosi aiuti fiscali (governativi) e monetari (Banche Centrali) sono destinati ad affievolirsi nel tempo.

E’ ormai evidente che la ripresa statunitense sarà superiore a quella europea e giapponese, grazie alla precoce riapertura in molti stati, mentre l’Europa farà molta più fatica a rimarginare le ferite di un prolungato lockdown, che lascerà pesanti strascichi sull’economia anche nei prossimi anni.

Sappiamo infatti che il Pil crescerà in misura robusta in diversi Paesi, ma anche che non ritornerà in tempi brevi ai livelli pre-Covid.

La crescita USA prevista per il corrente anno si attesta intorno al 6%. Non c’è molto da festeggiare e sarebbe preoccupante se non raggiungesse questo traguardo, agevolato da un massiccio stimolo fiscale, pari al 12% del Pil, oltre a sette trilioni di dollari di aumento dell’attivo di bilancio della Federal Reserve, vale a dire uno stimolo monetario triplo rispetto a quello della Grande Recessione.

In Europa, al contrario, la crescita è appena stata rivista al ribasso, dal 4,4% al 4,2% ma con un tasso di inflazione in crescita dallo 0,9% al 1,6%.

 

LA QUALITA’ DELLA RIPRESA

Nessuno dubita infatti che la ripresa ci sarà, ma molti si interrogano sulla qualità della stessa ed a spese di un forte aumento dei rispettivi debiti pubblici.

Negli USA, la capacità di utilizzo degli impianti resta al 74%, ben al di sotto dell’80% in atto prima dello scoppio della pandemia.

Situazione identica anche per il tasso di partecipazione della forza lavoro che si attesta al 61%, anch’esso ben al di sotto dei livelli precedenti, con un tasso di disoccupazione al 6%, ancora il doppio rispetto ad inizio 2020.

Nel complesso i cittadini americani che beneficiano ancora di un sussidio statale a fine marzo sfiorano i diciassette milioni.

Tutte queste cifre devono essere contestualizzate all’interno dell’erogazione di uno stimolo fiscale senza precedenti, che ha sensibilmente aumentato la capacità di risparmio, in mancanza della ridotta possibilità di spendere.

In Europa, al contrario, la ripresa sarà molto più lenta. Innanzitutto, la campagna di vaccinazione procede molto più a rilento rispetto agli Stati Uniti, ma sono soprattutto pesano le restrizioni alla circolazione delle persone, che incidono notevolmente sui tempi e la velocità del riavvio del ciclo economico.

 

LA MICROECONOMIA

La chiusura estesa per diversi mesi ha provocato nuove ed ulteriori ineguaglianze sia tra le aziende che tra i cittadini. Nello specifico ci sono società che ne hanno beneficiato in quanto operanti in settori strategici, mentre altre sono state danneggiate anche irreparabilmente dalle chiusure dei comparti di riferimento.

Stesso discorso anche per i privati. Coloro che non hanno perso il posto di lavoro hanno addirittura incrementato la capacità di risparmio rispetto a chi, invece, si è ritrovato con un reddito decurtato o addirittura cancellato.

 

IL PROBLEMA DEI DEBITI

Nel tentativo di reggere l’urto della recessione, diversi Paesi hanno speso tra il 20 ed il 30% del Pil in stimoli fiscali, nella maggior parte dei casi a pioggia su quasi tutto l’arco della popolazione e senza sapere se queste agevolazioni avranno un beneficio nei prossimi mesi.

I governi proclamano di aver salvato il mondo con i loro sussidi, ma la distribuzione dei fondi non è stata in grado di compensare l’ampiezza del danno economico provocato dalle chiusure, estese e reiterate, di interi settori dell’economia.

Le riaperture, giustamente tanto acclamate ed inutilmente ritardate, porteranno tuttavia anche una serie di nuovi fallimenti e disoccupati e rischiano di ridurre ulteriormente le previsioni di crescita economica per l’anno in corso, in continuo deterioramento rispetto ai roboanti proclami di inizio anno.

 

LE BANCHE CENTRALI

Infine, non va dimenticato che l’atteggiamento ultra accomodante delle principali autorità monetarie mondiali non potrà durare all’infinito. Le aspettative ed i rischi di inflazione si stanno moltiplicando ed alcune Banche Centrali, come il Brasile, sono già corse ai ripari, alzando i tassi di interesse.

Anche la Fed e la Bce potrebbero essere costrette a farlo in tempi relativamente brevi ed imprevedibili, malgrado le reiterate promesse di mantenere i tassi a zero almeno fino alla metà del corrente decennio, anche per cercare di gestire le numerose bolle speculative sui mercati finanziari (bond, equity, immobiliare e cripto valute), prima che scoppino tutte insieme

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