Friday 22nd September 2017,
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I NUMERI DELLA CRISI EUROPEA

Pinguinoeconomico 3 aprile 2016 Economia Nessun commento
i numeri della crisi europea - 1

La risposta dei governi alla crisi europea – un insieme di austerità fiscale, riforme strutturali neoliberali e politiche di espansione monetaria molto aggressive – si è rivelata un indubbio fallimento. Nel 2016, otto anni dopo lo scoppio della crisi finanziaria – il Pil dell’eurozona è ancora al di sotto dei livelli pre crisi (marzo 2008). L’economia greca è diminuita del 27,6%, quella spagnola del 4,5%, la portoghese del 6,5% e quella italiana del 9%. Anche i Paesi con le migliori performances, come la Germania e la Francia, sono cresciuti solo del 5,5% e del 2,5%, rispetto all’inizio della crisi, mentre gran parte del mondo è tornata o ha superato i livelli precedenti.

Inoltre, dal 2012 in avanti l’area euro ha realizzato una crescita inferiore al 2%, mentre anche quella per il corrente anno è stimata al 1,6%. In quest’ultimo quadriennio alcuni Paesi come Grecia, Italia e Portogallo hanno, inoltre, sperimentato una crescita piatta o negativa. Le politiche della Bce – quantitative easing e tassi negativi – hanno avuto scarso effetto di stimolo e poco ne avranno anche in futuro. In termini macro economici, l’ ”euro crisi” è stata ben peggiore della Grande Depressione del 1930, quando i Paesi europei ritornarono alla crescita pre-crisi in media in quattro/cinque anni.

Per quanto riguarda la produzione industriale, i numeri sono ancora più disarmanti, con un calo del 10% rispetto al marzo 2008 e solo un po’ meglio se estendiamo l’indagine alla EU a 28. Anche gli investimenti rimangono al di sotto dei livelli del 2007 in 21 dei 28 Paesi dell’Unione. Si parla tanto di azione coordinata per rilanciare gli investimenti (piano Juncker), ma le proposte rimangono deboli e poco convincenti rispetto alla profondità del problema.

INFLAZIONE E DEFLAZIONE

Dall’inizio del 2013, l’inflazione nell’area euro è sempre stata ben al di sotto dell’obiettivo dichiarato del 2% e negli ultimi due mesi (febbraio e marzo) è diventata negativa, malgrado la BCE abbia iniziato il suo programma di acquisto di titoli governativi per 700 miliardi di euro tra il 2015 ed il 2016, pari a circa il 7% del Pil dell’eurozona. La politica monetaria, non convenzionale, sembra abbia fallito nell’invertire la tendenza, confermando che l’economia europea sia caduta in una situazione di trappola della liquidità, la quale non ritorna nel circuito economico.

Diversi studi hanno attribuito la responsabilità della bassa crescita, post crisi, alle politiche fiscali applicate tra il 2010-13 che hanno ridotto il Pil del 7,7%. Secondo un’altra analisi, nello stesso periodo, il Pil greco sarebbe stato superiore del 14%, quello spagnolo del 10% e quelli portoghesi ed irlandesi rispettivamente del 5,5% e 3,5%. Lo studio conclude sostenendo che anche la disoccupazione sarebbe stata inferiore di 1,2 milioni di unità nei cinque Paesi europei periferici più disastrati – i PIIGS – con una austerità meno severa.

REGOLE FISCALI

Il principale ostacolo rimane la continua osservanza delle regole fiscali che, tuttavia, non sono uguali per tutti. Italia, Grecia e Portogallo non possono, infatti derogare di un decimo di punto dal rapporto deficit/Pil, pena severe sanzioni, mentre Spagna e Francia possono legiferare nuove spese, in piena autonomia. In generale, le politiche fiscali sono passate da restrittive a neutre, in presenza di bassa crescita demandando ogni tentativo di ripresa alle folli manovre della Banca Centrale Europea, ormai disperata. In precedenza, le principali misure governative avevano ridotto stipendi e pensioni pubbliche, provocando una sensibile riduzione dei consumi che alimentava ulteriore recessione.

DISOCCUPAZIONE

La disoccupazione è diventata nell’eurozona una piaga endemica, tuttora irrisolta. Ancora ad inizio anno, il tasso dei non occupati rimane al 10,5% nell’eurozona (17 milioni di senza lavoro), rispetto al 7% del 2008. Nell’Europa allargata a 28 Paesi, il tasso sale al 10,6% (22 milioni). Ci sono Paesi con una percentuale elevatissima quali Grecia (24,6%), Spagna (21,4%) che hanno fatto precipitare un’ampia fetta delle rispettive popolazioni in povertà, a causa della prolungata mancanza di reddito.

Di conseguenza, un quarto della popolazione europea è considerata a rischio povertà o esclusione sociale, anche in seguito a questa timida ripresa. Parliamo di circa 122 milioni di persone incluse in questa categoria. E’ purtroppo conclamato che esiste una notevole differenza tra il nord ed il sud Europa. La percentuale più elevata si registra in Grecia (36%), Spagna (29%) e Portogallo (27,5%). Al contrario, tutti i Paesi nordici sono nella parte bassa della classifica. Le politiche di austerità hanno pertanto prodotto un’ulteriore disparità nella distribuzione dei redditi.

IL DEBITO CONTINUA A SALIRE….

Anche rispetto ai debiti pubblici, le politiche di austerità stanno dimostrando tutti i loro limiti. Alla fine del primo trimestre, la stima del rapporto debito/Pil raggiunge il nuovo record del 93%, rispetto al 79,3% di fine 2009. Come risultato, la spesa per interessi per ripagare il debito assorbe una quantità crescente di Pil, malgrado il basso livello dei tassi attuali. Qualora ci trovassimo di fronte ad una imprevista revisione al rialzo, molti Paesi rischierebbero il default.

Problema non diverso anche per i debiti privati che hanno riempito le banche di crediti non esigibili, in particolare nei Paesi mediterranei. La quantità di prestiti rimane, inoltre, stagnante pur in presenza di condizioni finanziarie (tassi di interesse bassi) molto favorevoli, agevolate dalle politiche ultra espansive di Draghi. Questo dimostra che le politiche monetarie non sono in grado di risolvere tutti i problemi   diventando responsabili di manovre che dovrebbero, al contrario, essere attuate dai singoli governi in modo coordinato a livello centrale per rilanciare una vera politica di investimenti.

Al contrario, si spera, invano, che i singoli Paesi possano farcela da soli, magari migliorando la loro bilancia commerciale, ma a spese del vicino. L’aumento delle esportazioni ed il calo delle importazioni non sono sempre sinonimo di efficienza o salute in economia. In tempi di crisi, la discesa dei consumi provoca la diminuzione anche dei beni importati ed alimenta la spirale deflazionistica ben nota nei Paesi nei quali circola la stessa moneta (eurozona).

SINTESI

L’austerità era una medicina necessaria, in quanto i livelli di spesa, in molti Paesi europei, erano cresciuti a dismisura negli anni precedenti la crisi. Tuttavia, l’amaro calice avrebbe dovuto essere somministrato od imposto più gradualmente per evitare gli eccessi e l’effetto “boomerang” evidenziato. La crisi non è risolta e siamo purtroppo alle prese con una evidente ricaduta, testimoniata dalle ultime manovre disperate della BCE che sta cercando di sostituirsi, con effetti disastrosi, alla latitanza dei rispettivi governi.

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